Hai la colite da fantasy glitterato? Tranquillo, succede a tutti (prima o poi).

C’è stato un tempo in cui bastava dire “fantasy” e gli occhi si illuminavano. Cavalieri, profezie, magie, creature arcane, terre lontane. Il richiamo dell’epica, della meraviglia, della lotta tra bene e male. Un tempo in cui Tolkien era un padre, e non una tendenza da svecchiare.

Poi è arrivato il marketing. E con lui, una marea di adolescenti speciali che salvano il mondo perché lo dice il destino. Draghi teneroni da accarezzare. Cattivi con traumi da risolvere. Amori torbidi e impossibili, rigorosamente con qualcuno che ha i canini sporgenti o le orecchie a punta. Il fantasy si è trasformato in uno zucchero filato radioattivo: colorato, leggero, appiccicoso. E alla lunga… indigesto.

Il problema non è la leggerezza. Il problema è quando tutto diventa una fotocopia. Quando i mondi sono intercambiabili, le trame si somigliano, i personaggi parlano tutti nello stesso modo. Quando persino i classici vengono riscritti non per amore, ma per strizzare l’occhio all’ideologia del momento. Quando l’epica smette di farti tremare e inizia a sembrare una sfilata in cosplay.

Ma perché è successo? Una mia idea me la sono fatta.

Perché parlare di temi profondi e scomodi, in un’epoca dove tutto è morbido, colorato e inodore, rischia di risvegliare qualche mente e qualche idea. Perché di Autori veri ce ne sono pochi, ma gli Editori hanno bisogno di riempire gli scaffali ogni giorno con qualcosa – e allora via con la paccottiglia, purché abbia una copertina luccicante. Perché c’è chi è convinto che il pubblico fantasy sia composto solo da ragazzine tra i 14 e i 20 anni, e che a loro interessino solo storielle d’amore superficiali, magari in salsa esotica, con contorno di cliché.

Il fantasy vero, invece, è scomodo. Ti fa vedere la guerra e ti fa capire quanto fa schifo. Ti mette di fronte ai tuoi demoni e ti costringe a guardarli in faccia. Parla di morale, di etica, di bene, di male, senza paura di sporcarsi le mani o di perdere consensi. Il fantasy vero non è una fuga, è una lente. Non ti protegge: ti mette a nudo. E lo fa mentre tu sei ancora lì, col culo piantato sul divano… e gli occhi persi in un altro mondo.

Se anche tu hai iniziato a sentire un certo fastidio allo stomaco leggendo le quarte di copertina, tranquillo: non sei strano. Sei solo intollerante al fantasy glitterato.

E per fortuna, c’è ancora chi cucina storie con altri ingredienti.

“Leggende di Phaedra” nasce da questa esigenza. Da un rigetto profondo verso la plastificazione del fantasy moderno. Da poche semplici domande:

e se i mostri fossero davvero mostri?

Se i poteri avessero un prezzo?

Se le guerre lasciassero cicatrici vere, e la salvezza non fosse garantita?

Se le leggende nascessero dal dolore, dalla paura, dalla resistenza?

A Phaedra non ci sono eroi predestinati. Solo uomini e donne spezzati, che continuano a combattere. A Phaedra i “mietitori” non si addomesticano: consumano il mondo.

Non è un fantasy per tutti. Ma forse, se sei arrivato fin qui, non cercavi qualcosa per tutti.

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