La Forgia dell’Autore – Episodio 05
Se pensi che Instagram o Facebook esistano per aiutarti a vendere il tuo libro, stai partendo male. Ma non temere: è un errore che fanno quasi tutti.
Ci sono cascato anche io. Oggi ti spiego cosa ho imparato a mie spese.
Smontiamo la logica del negozio
La verità è un’altra:
- Un negozio, online o fisico, nasce per vendere.
- Un social network nasce per (in)trattenere persone.
Le piattaforme vivono di advertising. Meta, ad esempio, genera oltre il 97% dei suoi ricavi dalla pubblicità (fonte: Meta Annual Report 2023). Più tempo trascorri dentro l’app, più dati produci, più il sistema può profilarti e vendere spazi pubblicitari mirati.
Il tuo libro è importante per te. Per una piattaforma social è irrilevante.
È soltanto un tema tra milioni di altri, e viene valutato per una sola cosa:
è utile alla piattaforma?
Ora traduciamo ‘utile‘ in termini da algoritmo social. Guarda con attenzione i tuoi contenuti e valuta quanto segue:
- Generano interazioni?
- Trattengono utenti?
- Contengono segnali che l’algoritmo può interpretare per “agganciare” un determinato pubblico?
Se lo fanno, i contenuti vengono mostrati e il tuo romanzo ottiene visibilità. Altrimenti niente traffico e, se i social erano la tua unica strategia, il tuo libro muore nella culla.
Finché consideri i social una vetrina gratuita, ti farai sempre la domanda sbagliata.
E ti farai male.
Apriamo il Cofano
Ora, cerchiamo di capire in maniera accessibile a tutti cosa accade quando rilasci un contenuto nuovo. Se te lo stavi domandando hai già fatto un passo avanti: quando premi ‘pubblica‘, il tuo post, reel, video non viene distribuito a tutti i tuoi follower.
Viene messo in prova.
Primo test: la cerchia primaria
La piattaforma lo mostra a una piccola parte del tuo pubblico abituale. Quelli che solitamente interagiscono di più con te, che hanno già dimostrato interesse per i tuoi contenuti.
È una fase di valutazione iniziale. Se il contenuto:
-
- riceve interazioni rapide,
- genera tempo di permanenza,
- produce salvataggi o condivisioni,
allora passa alla fase successiva.
Secondo test: pubblico allargato
Il contenuto viene mostrato a una fascia più ampia. Non solo tuoi follower, ma utenti potenzialmente interessati.
Qui succede una cosa cruciale: il sistema verifica se il contenuto funziona anche fuori dalla tua bolla abituale.
-
- Se regge, si espande ancora.
- Se cala di rendimento, si ferma.
Questo processo può ripetersi più volte. Ogni espansione è una nuova fase di test.
E la viralità?
La viralità non è magia. È una catena di test superati con segnali forti e coerenti.
Un contenuto diventa virale quando:
-
- genera un livello di interazioni (commenti, condivisioni, salvataggi) superiore alla media;
- mantiene alto il tempo di permanenza;
- viene condiviso spontaneamente verso nuovi utenti;
- continua a funzionare mentre viene mostrato a gruppi di persone sempre diversi.
La viralità è una scalata probabilistica, non un colpo di fortuna.
Parole chiave, titoli, hashtag, sono importanti?
Sì, sono strumenti di classificazione. L’algoritmo deve capire:
-
- di cosa parla il contenuto;
- a chi potrebbe interessare;
- in quale categoria tematica inserirlo.
Titoli chiari, descrizioni coerenti e hashtag pertinenti aiutano il sistema a trovare il pubblico giusto. Se sei vago o incoerente, l’algoritmo fatica a capire dove collocarti.
E i contenuti promozionali?
Per spiegare questo punto molto importante devo prima mettere in chiaro cosa si intende per ‘contenuti promozionali‘. Sono quelli che contengono link esterni, magari che puntano a shop online (Amazon), anche solo nella descrizione. Qui molti commettono l’errore peggiore.
Un contenuto che:
-
- spinge esplicitamente a comprare,
- invita a uscire dalla piattaforma,
- contiene link esterni,
non è funzionale al modello economico del social. La piattaforma guadagna se l’utente resta, non se clicca e se ne va. Per questo i contenuti che “portano fuori” tendono a ricevere meno distribuzione. Non per cattiveria, perché alla piattaforma non conviene.
E qui sta il punto chiave: se usi i social come se fossero il tuo negozio, stai chiedendo alla piattaforma di lavorare contro il proprio interesse.
Ora capisci perché non può funzionare?
Verticalità, targeting… e zavorra
Ora parliamo di una cosa piuttosto contro-intuitiva: contenuti troppo generici, anche se fatti bene, non funzionano.
Il motivo? L’algoritmo, in prima battuta, deve fare una cosa molto specifica: capire a chi mostrare ciò che pubblichi. Ma se il contenuto ‘va bene per tutti‘, rischia di non piacere a nessuno.
Le piattaforme lavorano per affinità e probabilità. Devono rispondere a tre domande:
- Di cosa parla questo profilo?
- Che tipo di persone reagiscono ai suoi contenuti?
- A chi assomigliano queste persone?
Se il tuo profilo è tematicamente chiaro, il sistema riesce a classificarti.
Se è incoerente, diventi rumore di fondo.
Se oggi parli dei tuoi libri, domani di geopolitica, dopodomani di gattini, il sistema fatica a identificare un pubblico coerente. E questo, lo ammetto, è un errore che in passato ho fatto anch’io.
Non è autocensura. È la necessità di farsi comprendere e codificare da un algoritmo.
In altre parole: niche clarity. La consapevolezza della propria nicchia permette di definire con precisione il proprio mercato target, unendo passioni, competenze ed esperienza per creare un’offerta specifica.
Devi essere identificabile.
Non per limitarti, ma per renderti leggibile.
La chiarezza tematica aiuta:
- la piattaforma a classificarti;
- il pubblico a riconoscerti;
- il sistema a capire a chi proporre i tuoi contenuti.
Bada bene: la coerenza non significa ripetere sempre la stessa cosa. Significa muoversi dentro un perimetro riconoscibile.
E qui arriva il punto che molti ignorano: la zavorra.
Se decidi di passare da fruitore a creatore di contenuti, stai costruendo un sistema. E un sistema ha bisogno di segnali coerenti.
Se hai centinaia di follower che:
- non leggono,
- non interagiscono,
- non sono interessati a ciò che scrivi…
non sono una risorsa, sono distorsione statistica.
L’algoritmo osserva chi reagisce ai tuoi contenuti. Se il tuo pubblico iniziale è composto in gran parte da persone disinteressate, il primo test sarà debole.
E se il primo test è debole, l’abbiamo visto, l’espansione si ferma.
Non devi elemosinare follower inorganici. Non devi forzare il contatto con i compagni dell’asilo o con le prozie croate di nonna Giuseppina. Non ti serve una copia esatta dell’agenda del tuo cellulare.
Un pubblico piccolo ma coerente genera segnali forti.
Un pubblico grande ma disinteressato genera silenzio.
E l’algoritmo non premia il silenzio.
🧠 La domanda giusta
A questo punto dovresti aver capito che il problema non è:
Perché non mi vede nessuno?
La domanda corretta è:
Il mio contenuto sta generando segnali utili alla piattaforma?
Se non li genera, la logica conseguenza è che non viene distribuito. Perché stai usando i social come se fossero altro. Una sorta di vetrina confusa della tua bottega digitale, un luogo che non raggiunge nessuno, perché non comunica con nessuno.
Finché non comprendi questo, stai predicando nel deserto.
Abbiamo iniziato un percorso lungo, ma c’è ancora tanta strada da fare. Iscriviti alla newsletter direttamente sulla pagina del blog per non perdere i prossimi appuntamenti con la Forgia dell’Autore.
Nel prossimo episodio entreremo a fondo nei numeri:
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- metriche,
- funnel,
- illusioni numeriche.
Capire il meccanismo è il primo passo. Imparare a leggerlo è ciò che fa davvero la differenza.