RETROCAUSA
di Fabio Guerrini
Episodio 1 – Valerio.
Il terminale di ripristino era acceso. Valerio scansò appena la tastiera meccanica, collegata al mainframe da un fascio di cavi intrecciati. Nel buio del laboratorio lo schermo olografico irradiava un tenue bagliore smeraldo, sufficiente a tratteggiare i contorni della scrivania, della poltrona anatomica e della vetrata blindata oltre la quale Ermes attendeva.
Guardò l’ora: quattordici e ventitré.
Fuori era Natale.
Aveva pranzato alle tredici con un tramezzino mais e tacchino preso dal distributore al piano terra del suo blocco abitativo. Non aveva avuto voglia di aspettare nemmeno i quaranta secondi del riscaldamento automatico. Lo aveva mangiato in piedi, mentre Lex gli ricordava l’invito di Laura e Corrado.
«Ignora promemoria per le prossime sei ore» aveva ordinato.
Lex aveva obbedito, come sempre.
Valerio si massaggiò il dorso della mano destra. Aveva le dita fredde e un leggero formicolio ai flessori. Da due notti finiva per dormire sulla poltrona del laboratorio, quando il corpo cedeva prima della mente. La barba ispida gli prudeva lungo la mandibola. Annusò la camicia che indossava: odorava di caffè bruciato, deodorante al sandalo e tessuto tecnico a matrice polimerica.
Tutto era pronto.
Avrebbe potuto chiamare Laura, mandare un messaggio a Corrado, inventarsi una scusa meno offensiva di quel silenzio. Avrebbe potuto almeno telefonare a Eleonora…
L’ultimo pensiero gli contrasse lo stomaco.
Si voltò verso la mensola d’alluminio. Sopra, accanto a una scultura astratta in grafene stabilizzato e a una targa del dipartimento di fisica mai appesa, c’era la cornice d’alabastro sintetico. Non aveva valore, se non quello della foto che conteneva: il ricordo di un luogo e un tempo in cui, forse, era stato felice.
La prese.
L’immagine ritraeva Eleonora in una mattina di vento, con i lunghi capelli neri raccolti alla meglio, il cappotto rosso aperto e gli occhi scuri puntati verso l’obiettivo. Aveva sul volto quell’espressione decisa che all’inizio lo aveva irritato e poi conquistato. Non sorrideva davvero, non lo faceva quasi mai. Aveva la bocca piegata in un accenno ironico, come se ce l’avesse con chi la stava immortalando.
Era vero.
Dietro di lei, leggermente fuori fuoco, compariva Darbula, il loro gatto. Era stato l’unico a voltarsi quando se n’erano andati. Eleonora aveva caricato due valigie, la borsa del lavoro, la gabbietta e un vaso di basilico. Lui l’aveva seguita fino alla porta con addosso un camice macchiato d’inchiostro tecnico.
«Tornerò quando saprai distinguere una scoperta da un’ossessione» gli aveva detto.
Valerio non aveva risposto. Non perché non avesse nulla da dire. Avrebbe potuto citare dati e simulazioni, parlarle delle lettere di rifiuto, dei tagli ai fondi. Ma Eleonora non gli aveva chiesto una difesa. Gli aveva chiesto di tornare umano. Presente.
Lui, in quel momento, aveva scelto Chronos.
Continua…