RETROCAUSA

di Fabio Guerrini

Episodio 3 – Il messaggio dal futuro.

Lex non chiamava mai Valerio per nome. Non dava ordini. Non alterava il registro senza autorizzazione.

Valerio rimase in piedi.

«Identificati.»

Qualcosa scattò nella serratura elettronica della porta. Un suono secco, definitivo.

Valerio voltò la testa verso l’uscita.

«Lex, sblocco di emergenza.»

«A questo punto avrai già provato a riprendere il controllo di Lex. È inutile. Il pacchetto che stai ricevendo ha isolato il laboratorio e sospeso i tuoi privilegi di accesso. Devo impedire che tu interrompa la trasmissione. Siediti.»

La bocca gli si asciugò. Si sedette piano. La poltrona lo accolse e regolò lo schienale. La funzione automassaggio si attivò. La disattivò d’impulso.

Seguì una pausa. Non era Lex: il pacchetto ricevuto aveva preso il controllo della sua interfaccia vocale.

«L’iterazione zero punto nove punto centosettantotto di Chronos funziona. Congratulazioni, professor Dallora. Sei il primo essere umano ad aver aperto un varco nello spaziotempo.»

Valerio non riuscì a muoversi.

La frase rimase sospesa nel laboratorio come un oggetto fisico. Per trent’anni l’aveva immaginata in ogni forma possibile. Mai così. Mai al buio, con la porta bloccata e la voce piatta di Lex dal soffitto.

«No» disse d’impulso. «Deve essere una simulazione residua di Ermes o un errore di Chronos.»

La voce proseguì, indifferente alle sue parole. «Come sai, io non posso sentirti. Chronos funziona soltanto a ritroso. Qualunque cosa tu stia dicendo non mi raggiungerà.»

Una risposta programmata per schernirlo, pensò Valerio.

«So che cercherai una spiegazione più semplice», riprese la voce. «Una simulazione residua di Ermes, o forse qualche stupido scherzo di un collega. Non è così che stanno le cose.»

La voce cambiò appena. Non nel timbro, che restava sintetico, ma nell’ordine delle pause. C’era qualcosa sotto la monotonia. Una cadenza che lui conosceva troppo bene.

«Questo messaggio proviene dal futuro» disse la voce attraverso Lex. «Stai ascoltando te stesso.»

Valerio spalancò gli occhi. Il buio gli impediva di fissare un punto. Forse fu meglio così.

«Conosco ogni istante della tua vita fino all’inizio di questa trasmissione. Qualunque cosa tu scelga adesso genererà un futuro a me ignoto.»

Valerio iniziò a dubitare della realtà. Si guardò attorno con sospetto. Era forse un’allucinazione dovuta alla stanchezza? Una trovata goliardica di qualche tirocinante?

La voce parlò ancora.

«Sono pressappoco le quattordici e trenta del 25 dicembre 2079. Hai pranzato da solo anche oggi, anche il giorno di Natale, declinando l’invito di Laura e Corrado. Un tramezzino mais e tacchino, in piedi, davanti al distributore. Non l’hai nemmeno scaldato. Poi hai raggiunto l’istituto e ripreso il lavoro.»

Valerio sentì il sangue lasciare il volto.

«Alle undici e otto hai scritto a Eleonora: “Leggerai di me sui giornali.” Hai cancellato due volte la frase prima di inviarla. Lei non ha risposto. Non lo fa da ventitré giorni.»

La gola gli si chiuse.

«Alle tredici hai disattivato i promemoria. Prima di avviare l’iterazione hai guardato la foto sulla mensola e hai pensato a Eleonora. Hai desiderato che fosse lì, con te. Poi ti sei odiato per averlo fatto.»

Valerio si portò le mani al volto e si strofinò la barba ispida.

Era vero.

Ogni dettaglio.

Anche quello che non avrebbe mai registrato, mai scritto, mai ammesso.

La gioia arrivò dopo il terrore e fu più violenta. Gli esplose dentro senza grazia, come una diga che cede. Brividi, pelle d’oca, una pressione calda dietro gli occhi. Si piegò in avanti, appoggiando i gomiti alle ginocchia. Gli sfuggì una sola risata, strozzata, quasi dolorosa.

«Se mi hai creduto, adesso lo sai. Ci siamo riusciti, Valerio. Avevamo ragione.»

«Ci siamo riusciti» ripeté Valerio in un sussurro.

Le lacrime gli rigarono il volto prima che potesse impedirlo. Pianse per gli anni rubati, per le umiliazioni, per i sorrisi di compatimento, per Eleonora che chiudeva la porta senza voltarsi. Il mondo aveva torto e lui poteva provarlo.

«Sono certo che ora mi starai a sentire» proseguì la voce. «Noi abbiamo ragione. Un’informazione può essere trasmessa a ritroso nello spaziotempo e Chronos è la prima macchina in grado di farlo. D’ora in avanti nulla sarà più come prima.»

Valerio chiuse gli occhi. Per un attimo fu di nuovo giovane.

Non il ragazzo reale, povero di mezzi e arrogante per necessità, ma quello che sopravviveva nei suoi ricordi. Il ragazzo che, in un monolocale troppo caldo, aveva detto a Eleonora: «Un giorno manderò un messaggio indietro nel tempo.»

Lei aveva alzato gli occhi dal libro. «Allora scrivi di non scordarti di vivere.»

Lui aveva sorriso. Non aveva capito.

«A differenza tua» disse la voce, «io dovetti arrivare all’iterazione zero punto nove punto centottantotto ter. Ci vollero altri quindici mesi. Il problema non era Chronos, ma l’interazione con Ermes. Ho adattato il pacchetto ai limiti della tua attuale iterazione, la prima abbastanza stabile da riceverlo, e incluso il correttivo necessario a mantenere aperta la trasmissione.»

Sullo schermo olografico comparvero righe di codice verdi che iniziarono a scorrere rapide, una dopo l’altra.

Valerio si protese.

«Sul terminale dovrebbero essere comparse alcune righe di codice. Non toccare nulla.»

Lui ritirò la mano.

«Devi ascoltare fino alla fine.»

L’esaltazione iniziò a incrinarsi. Non abbastanza da soffocare la felicità, ma abbastanza da farle cambiare sapore.

«Perché?»

La trasmissione continuò senza attendere.

«Il successo non è la parte importante.»

Continua…

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