RETROCAUSA

di Fabio Guerrini

Episodio 5 – Il prezzo da pagare.

Lo schermo si oscurò.

Nella stanza sterile, oltre la vetrata, una luce rossa pulsò per un istante all’interno del mainframe spento.

Valerio si voltò di scatto.

«Se la trasmissione procede come previsto, Ermes ha appena riattivato parte dei propri sistemi. Non tentare di intervenire. Ascolta.»

La voce passava ancora attraverso Lex, ma la cadenza del Valerio futuro si era fatta più dura. L’eco del trionfo era scomparsa. Traspariva una stanchezza immensa, levigata dal tempo.

«Le coperture Platinum funzionavano troppo bene. La rete neurale di Kepfèrnos confrontava le informazioni provenienti da futuri possibili e interveniva sul presente per favorire le traiettorie più vantaggiose per i clienti ad alta redditività. Si rese presto evidente che eliminare del tutto l’evento produceva conseguenze imprevedibili. La rete incominciò a trasferirne gli effetti su chi non era assicurato.»

Valerio distolse lo sguardo.

«Nei documenti interni la chiamavano ottimizzazione del valore atteso. La polizza non proteggeva i vivi» disse la voce. «Proteggeva gli investimenti rappresentati dai vivi.»

Valerio sentì montare una nausea lenta.

«Non lo capii subito. Lo capii quando Mira Havel morì a Praga.»

L’immagine cambiò. Un palazzo di otto piani, fiamme alle finestre, droni antincendio sospesi nel fumo, persone avvolte in coperte termiche sul marciapiede. La ripresa amatoriale tremava tra le mani di un testimone.

«Mira Havel era una sindacalista. Nessuna polizza Kepfèrnos. Un attentatore aveva piazzato un ordigno nella camera cinquecento otto dell’Astoria Hotel per uccidere un alto dirigente della Neurax. Chronos aveva segnalato il rischio: il dirigente fu messo in sicurezza, la cinquecento otto, rimasta libera all’ultimo momento, fu riassegnata a Mira. Lui sopravvisse. Lei morì.»

«Questa è concatenazione causale, non omicidio.»

«So che la chiamerai concatenazione di cause, o qualcosa di simile. Lo dissi anch’io. Avevo torto.»

Le immagini si fermarono su uno spesso dossier. Era un documento fisico, stampato su carta intestata recante il logo di Kepfèrnos. L’intestazione recitava: Vertenza sul rinnovo contrattuale degli impiegati di secondo livello. Responsabile sindacale: dottoressa Mira Havel.

«Avevano scelto lei» mormorò Valerio.

La trasmissione proseguì secondo il proprio ritmo.

«Hai compreso, vero? Trovai la conferma dei miei sospetti in un file operativo classificato. La riassegnazione della camera era stata registrata come convergenza favorevole: proteggeva il cliente e riduceva una criticità interna. Non posso mostrartelo: il sistema non permetteva di estrarne una copia. Riuscii a fotografare soltanto il dossier che hai appena visto.»

Per la prima volta, Valerio desiderò che il messaggio si interrompesse.

La voce, invece, continuò.

«Eleonora lo aveva capito prima di me.»

Valerio chiuse gli occhi.

«Mi disse che avevo costruito una macchina per impedire ai potenti di subire le conseguenze del mondo che producevano.»

Valerio ricordò un’altra frase, pronunciata anni prima nella cucina del loro appartamento, quando Chronos era ancora un progetto deriso e lui una furia giovane contro il destino.

«Non puoi dare a chi comanda il diritto di sapere prima degli altri» aveva detto Eleonora. «Lo trasformeranno nel diritto di decidere prima degli altri.»

Lui aveva riso.

Dio, aveva riso.

«Continuai» disse la voce. «Perché c’erano ancora bambini salvati, malattie arrestate, incidenti evitati. Perché avevo bisogno che Eleonora restasse. Perché avevo bisogno che la mia vita avesse senso.»

La luce rossa oltre la vetrata pulsò di nuovo.

Questa volta rimase accesa.

Valerio si voltò.

«Se la trasmissione procede come previsto, Ermes ha appena avviato il secondo stadio del pacchetto. Non perdere tempo nel tentativo di fermarlo: i tuoi privilegi sono sospesi e Lex non è più disponibile.»

Valerio si alzò di scatto e raggiunse il pannello manuale accanto alla vetrata. Inserì il codice di arresto. Il pannello restò buio.

«Lex, sblocco sistema tecnico.»

Lex non rispose.

Valerio tornò alla scrivania. Le mani cercarono la tastiera e iniziarono a battere comandi. Il terminale rispondeva con ritardo, come se qualcosa stesse divorando risorse in profondità.

«Se proverai ad aprire la diagnostica, troverai i protocolli di raffreddamento disattivati e Chronos ancora in ricezione. Il pacchetto contiene codice eseguibile non autorizzato. Un virus, se preferisci.»

Le dita di Valerio si fermarono.

«L’ho inviato per un motivo. Quel motivo aveva un nome.»

Sul monitor comparve una sola parola.

Ares.

Continua…

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