RETROCAUSA

di Fabio Guerrini

Episodio 10 – Ciò che dimentichiamo di salvare.

In quel preciso istante Valerio capì: non bastava. Non sarebbe mai bastato.

Urlò e tirò.

Il nucleo si mosse di pochi millimetri.

Valerio vide i bambini salvati, i reparti svuotati, Eleonora che tornava. Poi vide Mira Havel sorridere, mentre riceveva la chiave della cinquecento otto dal concierge.

Chi aveva il potere di influenzare il futuro avrebbe sempre chiamato salvezza il proprio privilegio.

Tirò con tutto il peso del corpo. Il nucleo uscì dagli anelli.

Per un istante non accadde nulla.

Poi la luce bianca scomparve.

Il silenzio fu assoluto.

Valerio cadde all’indietro, il nucleo stretto nelle pinze. Lo vide incrinarsi. Una linea sottile, nera, attraversò la superficie luminosa.

Dai diffusori uscì un ultimo frammento della trasmissione.

«Avremmo dovuto ascoltare Eleonora.»

Valerio chiuse gli occhi.

Non pregò. Non chiese perdono. Non ebbe il tempo di formulare un pensiero degno. Gli parve solo di sentire il profumo del basilico sul davanzale del vecchio appartamento e Darbula che grattava la porta della camera da letto all’alba.

Poi il nucleo esplose.

 

 

Un boato lontano fece vibrare i vetri della sala da pranzo di un appartamento al terzo piano, a sei isolati dal campus. Gli ospiti tacquero nello stesso istante, come se qualcuno avesse lanciato un grido improvviso e straziante. Le posate rimasero sospese sopra i piatti, le candele tremarono, una bambina scoppiò a piangere prima ancora di capire perché.

Corrado si alzò di scatto.

«Che diavolo è stato?»

Laura lo seguì verso la finestra, insieme agli altri. Fuori, oltre i tetti bassi e le luminarie natalizie, una colonna di fumo nero saliva dal distretto universitario. Non era alta, non ancora, ma densa. Un fungo scuro contro il cielo pallido del pomeriggio.

Eleonora rimase sulla soglia della cucina.

Indossava un abito rosso. Laura le aveva consigliato di metterlo per non sembrare, parole sue, «una vedova al pranzo di Natale». Teneva tra le mani il vassoio con l’arrosto.

Il fumo si alzava proprio dall’istituto.

Qualcuno accese il notiziario sulla parete olografica. Le prime immagini erano confuse: droni di sicurezza, lampeggianti dei mezzi di soccorso, un perimetro di emergenza intorno all’istituto di fisica applicata. Nessuna informazione certa. Nessun nome.

Eleonora non aveva bisogno di nomi.

Alle undici e otto aveva ricevuto un messaggio: «Leggerai di me sui giornali».

Lo aveva fissato a lungo. Aveva scritto una risposta. L’aveva cancellata. Aveva scritto: «Non voglio leggerti sui giornali. Voglio non dover più competere con una macchina».

Aveva cancellato anche quella.

Non rispondeva da ventitré giorni perché ogni risposta diventava un corridoio per tornare nella stessa stanza. Alla fine Chronos avrebbe vinto ancora, non per crudeltà, ma per gravità.

«Eleonora?» disse Laura.

Il vassoio le scivolò dalle mani.

Cadde di taglio sul pavimento, si rovesciò e si spezzò in tre parti. Il sugo scuro si allargò sulle mattonelle come una macchia viva. Nessuno si mosse per raccoglierlo.

Eleonora guardava il fumo.

Non pianse.

Non subito.

Immaginò Valerio nel buio del laboratorio, gli occhi stanchi, le mani fredde, la foto sulla mensola.

Fuori, le sirene iniziarono a urlare.

Dentro, nella sala da pranzo, il Natale restò immobile sulla tavola: bicchieri pieni, pane tagliato, candele basse, sedie spostate. Tutto ciò che sopravviveva alle grandi scoperte degli uomini. Tutto ciò che gli uomini dimenticavano di salvare.

Eleonora chiuse gli occhi e si accasciò sulle ginocchia.

Quando li riaprì, il fumo continuava a salire.

The End

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