RETROCAUSA

di Fabio Guerrini

Episodio 2 – Il fallimento.

Ripose la cornice e si strofinò gli occhi. Lo schermo olografico si animò poco dopo, aprendo una sequenza di conferma a tre livelli. La luce smeraldo gli disegnò le rughe sul volto.

«Lex» scandì, «avvia Ermes.»

La voce artificiale uscì dai diffusori nascosti nel soffitto.

«Buongiorno, professor Dallora. Comando vocale valido. Avvio il compilatore quantistico.»

Nel silenzio che seguì, Valerio rimase ad ascoltare il battito del proprio cuore. Era rapido e irregolare. La cosa lo irritò. Dopo vent’anni di lavoro, l’organismo si ostinava a comportarsi come quello di un ragazzo alla vigilia di un esame.

«Carico il codice sorgente», riprese Lex.

Oltre la vetrata, una luce azzurra accese le colonne del mainframe. Il reticolo di raffreddamento criogenico si avviò con un basso ronzio, più simile a una vibrazione percepibile nelle ossa che a un rumore. Il nucleo di calcolo emerse dal buio come una creatura addormentata.

Ermes era il fiore all’occhiello del dipartimento di fisica applicata. Aveva una potenza di calcolo immensa, ma Chronos la assorbiva quasi per intero. La progettazione di quel software era diventata lo scopo della vita di Valerio. Da quando gli avevano concesso di usare Ermes, il progetto aveva compiuto un balzo. La simbiosi tra macchina e software gli aveva aperto strade che prima non esistevano. Valerio aveva smesso di contare i vicoli ciechi: tornava sui propri passi, smontava ipotesi, cambiava direzione e ripartiva. Non si dava tregua.

Quello che stava tentando di fare poteva sembrare semplice, ma la comunità scientifica lo aveva più volte dichiarato impossibile. Eppure si trattava soltanto di trasmettere un impulso, una stringa coerente. Spingere un dato a ritroso nel tempo, lungo una frattura microscopica della causalità. Gli sarebbe bastato un sussurro; per trent’anni quel sussurro non era stato altro che rumore.

Chiuse gli occhi.

Fu assalito dal ricordo delle sale congressi semivuote, delle risate dei colleghi mascherate da colpi di tosse, delle revisioni bocciate, delle notti trascorse a correggere equazioni. Sembravano prendersi gioco di lui tutti assieme: un nugolo di fantasmi che lo irridevano dal verde dello schermo olografico.

Ripensò a tutto quello che aveva sacrificato: famiglia, prestigio, amici, perfino lei. Brandelli d’anima strappati via per alimentare una macchina che si ostinava a non rispondere.

«Fase preliminare ultimata» annunciò Lex. «Sistema configurato e pronto.»

Valerio inspirò a fondo. L’aria era fredda, filtrata, troppo secca.

«Lancia Chronos.»

«Inizializzazione Chronos: iterazione zero punto nove punto centosettantotto. Password richiesta.»

Valerio guardò la cornice senza toccarla.

«Eleonora.»

Il sistema acquisì la firma biometrica vocale. Per alcuni secondi non accadde nulla. Poi Lex disse: «Attendere.»

Valerio appoggiò le mani sul piano. La vibrazione saliva dalla stanza sterile. Sullo schermo apparve una linea di testo: ricezione retrocausale: tentativo 1 di 1.

Il ronzio si fece più profondo. Il vetro blindato tremò appena. Sullo schermo olografico, la linea di testo iniziò a lampeggiare.

Valerio smise di respirare.

La linea lampeggiò ancora.

Poi scomparve.

La luce azzurra oltre la vetrata si contrasse in un singolo bagliore e si spense. Il ronzio cessò di colpo e il laboratorio precipitò nel buio.

Valerio rimase immobile, con le mani ancora premute sul piano della scrivania. In lontananza, attraverso le pareti del laboratorio, gli parve di udire il clacson di un’auto. O forse era soltanto il sangue che gli pulsava nelle orecchie.

Aveva fallito.

Ancora una volta.

Per qualche secondo il pensiero non prese forma. Poi arrivarono la commissione del 7 gennaio, i fondi da difendere, il prorettore con la bocca stretta. Aveva promesso risultati tangibili entro la fine dell’anno. Non anomalie, risultati. Rischiava che gli revocassero l’autorizzazione a utilizzare Ermes. Sarebbe stata la fine.

Batté il pugno sulla scrivania. Il dolore attraversò le nocche e gli fece bene.

«Lex, spegni tutto e invia il rapporto alla casella virtuale.»

Nessuno rispose.

Valerio sollevò il capo.

«Lex, ripeto. Spegni tutto e inviami un rapporto completo.»

Silenzio.

Il buio parve farsi più spesso intorno alla luce residua dello schermo. Valerio si alzò. La poltrona arretrò di qualche centimetro con un sibilo pneumatico.

«Accensione luci.»

Non accadde nulla.

«Lex, procedura di ripristino: riavvia il modulo di riconoscimento vocale.»

Il laboratorio rimase muto.

Poi i diffusori emisero un fruscio basso, prolungato. Non era il tono di sistema, né il segnale di errore. Sembrava il rumore di un vecchio nastro magnetico, una cosa antiquata, sporca, venuta da un’epoca che nessuna infrastruttura digitale avrebbe più dovuto ricordare.

Valerio sentì un brivido scendergli lungo la schiena.

La voce di Lex parlò nel buio.

«Siediti, Valerio. E ascolta.»

Continua…

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